In questi giorni sui social sto assistendo a un singolare gioco di specchi riflessi in cui tutti sono contro l’hate speech e tutti lo fomentano. Tutti criticano il fatto che i social facciano leva sull’indignazione, e lo fanno facendo leva sull’indignazione.
In questo cortocircuito evidente, a me torna in mente l’articolo che ho scritto: «La responsabilità delle parole».
Mi rendo conto che quell’articolo è solo una metà di una questione gigantesca, perché dove qualcuno parla ci deve essere qualcuno che ascolta. E allora non basta essere responsabili delle parole che mettiamo al mondo, dobbiamo anche essere responsabili di ciò che ascoltiamo.
In che senso? Che responsabilità ho io sulle parole degli altri?
L’esempio più eclatante che mi viene in mente sono i giornali, anche perché ci vivo un po’ dentro. In tanti criticano la stampa per le notizie approssimative, per i titoli clickbait, per il sensazionalismo, per verificare poco e via dicendo.
Ed è vero.
Il discorso è: il giornale deve sopravvivere e al giornalista serve lo stipendio.
Se il titolo clickbait mi fa guadagnare, io ricorrerò a quello. Se le persone che leggono le notizie non sono disposte a leggere per più di due minuti, necessariamente il mio articolo sarà breve e approssimativo. Se invece di cercare informazioni cerchiamo conferme a ciò che già pensiamo, allora gli articoli saranno incompleti e sensazionalistici. Se quando ci approcciamo ai giornali cerchiamo intrattenimento, gossip e scandalo, necessariamente, per sopravvivere, il giornale ci darà ciò che chiediamo. Se l’informazione deve essere gratuita e nessuno è disposto a pagarla, allora, evidentemente, la qualità sarà sempre più infima perché nessuno lavora gratis.
Sui social è lo stesso: che contenuti leggiamo di più? Quelli che ci fanno emozionare o quelli che ci fanno riflettere? Quali condividiamo? Quelli che ci indignano o quelli che ci fanno fermare? Di cosa siamo casse di risonanza? Di emozioni forti come la rabbia o di ragionamenti pacati? Cosa cerchiamo online? Conferme a ciò che crediamo essere vero o argomenti in grado di farci riflettere e uscire dalla nostra comfort zone?
E quindi? Quindi sono io l’ago della bilancia. Ciò che leggo, ciò che ascolto è determinante.
Spesso parliamo di ascolto come «essere d’accordo». Non mi ascolti finché non mi dai ragione. Non mi capisci finché non sei d’accordo con me. E sui social questo è addirittura amplificato perché abbiamo smesso di esporci a chi non è d’accordo con noi.
Essere ascoltatori responsabili, invece, credo sia il contrario: implica guardarsi intorno, mettersi in discussione, esporsi al dubbio. Non per cambiare idea, ma solo per accogliere altri punti di vista e, magari, scegliere di concentrarsi su ciò che unisce invece che su ciò che divide.
Essere responsabili dell’ascolto vuol dire rinunciare a chi punta sull’indignazione, sulla semplificazione, sulle estremizzazioni. Vuol dire fare un passo indietro quando ci imbattiamo in una notizia, ragionare con fatica, anche davanti a cose che sembrano ovvie.
Vuol dire selezionare. Scegliere il giornale che scrive articoli lunghi che non sempre ho voglia di leggere. Il contenuto social che mi chiede 2 minuti per essere letto invece di 30 secondi. Il podcast che mi tiene attenta un’ora (quanto tempo!).
Essere responsabili dell’ascolto è faticoso: chiede tempo, risorse, impegno. E a volte ti chiede di scegliere il silenzio come pausa, come rifugio. Perché è meglio non sentire niente che riempirsi le orecchie di rumore.
Daphne Squarzoni
