Ai salici di quella terra

COME LA GUERRA CAUSA ANCORA DOLORE E FUGA

«Sui fiumi di Babilonia, là sedevamo piangendo al ricordo di Sion. Ai salici di quella terra appendemmo le nostre cetre». Queste le suggestive parole poste all’inizio del Salmo 137, dove si descrive il lamento del popolo di Israele esiliato a Babilonia dopo la caduta di Gerusalemme nel 587 a.C.

Quanto dolore, quanti intimi sentimenti di angoscia emanano da queste affermazioni: come avere forza dentro di sé, dopo la drammatica partenza forzata cui si è dovuti andare incontro? Spaesati nella situazione di lontananza da ciò che si ha di più caro, incapaci persino di pregare Dio.

Più di 2500 anni dopo, queste parole risuonano purtroppo estremamente attuali. La guerra, anzi le guerre, sono di fatto ancora una realtà presente in molte parti della terra.

Secondo i dati riportati dalla Ong Armed conflict location & event data project (Acled), specializzata nella raccolta, nell’analisi e nella mappatura dei conflitti, al 21 marzo 2022 se ne potevano contare ben cinquantanove, con punti estremamente caldi in Afghanistan, in Myanmar, in varie zone dell’Africa, in Siria, nello Yemen e, da ultimo, nella vicinissima Ucraina.

Guerre che ancora causano migliaia di morti e feriti tra i militari ma soprattutto tra tantissimi civili inermi, la cui unica colpa è quella di essere nati nella parte sbagliata del mondo; danni enormi alle infrastrutture del territorio, povertà diffusa e la fuga all’estero di milioni di persone, soprattutto mamme, giovani e bambini, anziani.

Si tratta di situazioni alle quali ormai, grazie ad Internet, alle reti social e alla TV, possiamo assistere con grande impatto emotivo, ogni giorno, in presa diretta. Il fatto che, nel caso dell’Ucraina, la guerra stia insanguinando uno stato appena al di là dei confini del continente europeo, con conseguenze strazianti su persone per cultura simili a noi, sta veramente scuotendo l’opinione pubblica. Colpita tra il resto, di rimando, in maniera concreta anche dalle sanzioni economiche scelte dall’Unione Europea in risposta all’invasione unilaterale del paese da parte della Federazione Russa (vedi i rincari di tutte le fonti energetiche). Mai come ora, il mostro della guerra sembra essere così veramente vicino.

Di fronte a tutto questo, cosa fare? Lasciarsi andare allo scoraggiamento? O magari alla tentazione di non farsi coinvolgere, con la giustificazione che in realtà non possiamo avere voce nelle decisioni dei grandi della terra? Si tratta, di fatto, di opzioni che non mettono pace nel nostro cuore e non aiutano a cambiare la situazione attuale.

Con-dividere può essere invece la soluzione, dividere con gli altri il poco che abbiamo e sappiamo fare (Papa Francesco dice sempre «Noi siamo granellini di sabbia. Ma tutti assieme facciamo una grande spiaggia»). Possiamo offrire la nostra preghiera (per la pace, il popolo ucraino, i capi di stato coinvolti, le locali chiese cattolica e ortodossa), le nostre energie (mettendoci a servizio di qualche associazione umanitaria), e anche un po’ di quanto abbiamo (aderendo alle raccolte organizzate per aiutare chi vive sotto le bombe e chi scappa).

Ognuno di noi può mettere la propria creatività nell’aiutare. L’importante è desiderarlo.

E occorre diffondere una cultura di pace. In questo sono molto più capaci di noi i giovani, che non hanno la visione rigida delle cose e vecchi rancori da portarsi dietro, che abbiamo noi di una certa età.

Un esempio: in una scuola della nostra zona sono arrivati cinque studenti ucraini, esuli dal loro paese con le famiglie. La scuola si è attrezzata per accoglierli al meglio, chiedendo tra il resto a due studenti, uno bielorusso di etnia russa e l’altro ucraino, già residenti in loco, di aiutarli con la traduzione dalla loro lingua in italiano e viceversa (russo ed ucraino sono lingue simili). I due studenti, già in classe assieme, si sono messi volentieri a disposizione con soddisfazione loro e dei loro nuovi compagni. Lo studente bielorusso ha commentato: «Così la gente vede che i russi sanno anche fare del bene».

È vero, si tratta di un fatto che riguarda solo cinque degli oltre 2000 ucraini arrivati in Trentino-Alto Adige negli ultimi mesi. Ma non è già un valido precedente, adattabile ad ogni età e classe sociale?

 

Dalla Rivista Sulla Via della Pace n° 67, articolo di Mariachiara Rizzonelli

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