Sono partito con tanti pensieri e aspettative, curioso di conoscere una realtà diversa dalla nostra, ma senza sapere esattamente cosa mi avrebbe lasciato questa esperienza.
Nei primi giorni, durante gli spostamenti, mi sono ritrovato a osservare continuamente le persone e il loro modo di vivere.
Le strade del Ruanda sono piene di vita. Ovunque incontri persone che camminano, lavorano, trasportano acqua, prodotti agricoli o qualsiasi altra cosa. Ognuno con la propria storia e le proprie fatiche quotidiane.
Un’immagine che mi è rimasta particolarmente impressa è quella di due bambini lungo la strada. Il più grande trasportava dei bidoni d’acqua con una bicicletta, mentre il fratellino, che avrà avuto tre o quattro anni, lo aiutava spingendo da dietro. Una scena probabilmente normale per loro, ma che per me è stata difficile da dimenticare.
Inizialmente devo ammettere che il Ruanda mi ha sorpreso. Kigali è una città che si sta sviluppando velocemente, ci sono nuove costruzioni, attività commerciali e prospettive per il futuro che sembrano positive.
Mi sono chiesto, nei primi giorni, quale fosse davvero il bisogno delle persone che avremmo incontrato.
Solo con il passare del tempo, ascoltando le testimonianze delle persone e conoscendo meglio alcune situazioni, ho iniziato a comprendere una povertà che non sempre si vede dalla strada.
Non è soltanto la mancanza di beni materiali, ma anche la difficoltà di costruirsi un futuro diverso, di studiare, di curarsi o semplicemente di avere un’opportunità. Ho avuto l’impressione di una realtà in cui tante persone lavorano duramente, gli stipendi sono bassi e la concorrenza è alta, soprattutto in attività molto simili tra loro.
Un’altra cosa che mi ha colpito è stata la diffusione dei cellulari tra gli adulti. Mi piace pensare che, attraverso internet e i social, anche queste persone possano conoscere ciò che succede nel resto del mondo, trovare nuove idee e magari essere stimolate a creare attività e servizi diversi, rispondendo ai bisogni della popolazione.
Credo che il Ruanda abbia grandi possibilità di crescita, come si percepisce già osservando lo sviluppo di Kigali. Ma penso anche che uno degli investimenti più importanti per il suo futuro sia proprio l’istruzione dei bambini, per dare loro maggiori opportunità rispetto alle generazioni precedenti.
L’arrivo dalle suore Bernardine, nel distretto di Kamonyi, è stato l’inizio della parte più significativa del viaggio.
Abbiamo avuto la fortuna di soggiornare per circa una settimana presso il loro convento, condividendo con le suore diversi momenti della vita quotidiana e conoscendo da vicino le attività che portano avanti.
Tra queste c’è la scuola Rosa Mystica, fondata nel 2008 e gestita dalle stesse suore. È una scuola inclusiva che accoglie anche bambini con disabilità e autismo, offrendo loro percorsi educativi adatti alle proprie capacità e necessità. L’obiettivo non è soltanto insegnare, ma accompagnare ogni bambino nella crescita, favorendo l’autonomia e l’integrazione con gli altri.
Ho iniziato a passare sempre più tempo con i bambini, a divertirmi insieme a loro e soprattutto a osservare il lavoro straordinario degli insegnanti.
Abbiamo avuto la possibilità di partecipare ad alcune lezioni in cui erano inclusi anche bambini con disabilità e autismo. È stata una delle esperienze più emozionanti del viaggio.
Mi hanno colpito la pazienza e la dolcezza degli insegnanti, il modo in cui riescono a coinvolgere tutti. Ogni piccolo risultato dello studente viene valorizzato, anche semplicemente con un canto, un ballo o un applauso collettivo.
Ho conosciuto il maestro Safari, che con grande naturalezza e pazienza si prendeva cura di un bambino autistico, accompagnandolo nell’apprendimento delle cose più semplici.
Le suore ci hanno raccontato che alcuni bambini con disabilità vengono tenuti nascosti in casa dalle proprie famiglie. A volte, per ragioni culturali, si pensa che questi bambini non potranno mai imparare o diventare autonomi. Non si riesce a immaginare per loro un futuro diverso.
E invece questa scuola dimostra quanto sia importante offrire loro una possibilità, aiutandoli a sviluppare le proprie capacità e a vivere una vita il più possibile autonoma e partecipe. Si parte dalle basi, dalle piccole attività quotidiane, dall’imparare a prendersi cura di sé e degli altri.
Mi è piaciuta molto anche l’idea dei conigli, legata al progetto di Toni (pastore Anton Geiser con cui l’associazione collabora da anni – ndr), che Via Pacis sta sostenendo. La scuola da a disposizione una decina di conigli, un’attività apparentemente semplice, come accudire un animale, può diventare un’occasione per insegnare responsabilità, attenzione e autonomia.
L’inaugurazione delle tre nuove aule dedicate ai bambini con disabilità è stata una grande festa. Un progetto reso possibile grazie al contributo di Via Pacis, insieme ad associazioni e sostenitori tedeschi, che hanno scelto di investire nell’educazione e nel futuro di questi bambini.
Credo che tra le persone più grate ci fossero proprio gli insegnanti. Tengono molto al loro lavoro e penso che per loro sia stato un grande regalo avere a disposizione nuovi spazi pensati su misura per le esigenze dei bambini. Sono convinto che questo li stimoli a impegnarsi ancora di più. Lo vedevi nei loro occhi.
E pensare che tutto questo è stato possibile grazie all’aiuto di tante persone che hanno deciso di contribuire a un progetto concreto.
Credo che il valore più grande di questo progetto sia proprio quello di dare un futuro a tutti i bambini, compresi quelli con disabilità che, senza realtà come questa, rischierebbero di essere dimenticati o di non trovare accoglienza in altre scuole.
Il mio auspicio è che l’esperienza della Rosa Mystica non rimanga un caso isolato, ma possa diventare un esempio anche per altre scuole del Ruanda. Sarebbe bello che un giorno l’inclusione dei bambini con disabilità diventasse una realtà normale e diffusa in tutto il Paese, e non un’eccezione.
Un’altra parte del viaggio che porterò sempre con me è il rapporto con le suore.
Ho passato molto tempo a osservarle e ad ascoltarle.
Mi ha colpito la loro disponibilità, il modo in cui accolgono le persone e soprattutto la naturalezza con cui si mettono al servizio degli altri. Sono vere testimoni di Dio: lo percepisci nel modo in cui vivono e si prendono cura delle persone che incontrano. Dopo cena era bello ritrovarsi semplicemente a fare due chiacchiere, raccontarsi la giornata, parlare delle proprie famiglie e delle proprie esperienze. Non mancavano mai i momenti per scherzare e ridere insieme.
Stando con loro ti senti ascoltato, accolto e voluto bene.
Una mattina sono andato alla Messa delle sei e mezza. Mi ha colpito vedere anche i bambini entrare in chiesa prima di andare a scuola. Era un clima semplice, ma molto bello. Forse è proprio questo uno degli insegnamenti che mi porto a casa: la fede può manifestarsi anche nelle cose più semplici, attraverso la gratitudine e il modo in cui ci rapportiamo agli altri.
Durante questo viaggio ho anche riscoperto una tranquillità che spesso faccio fatica a trovare nella mia vita quotidiana.
La doccia era fredda, mancavano alcune comodità a cui siamo abituati, ma dopo poco non ci facevo nemmeno più caso. Non avevo bisogno di altro: le persone e il loro cuore colmavano i miei vuoti.
Mi interessava molto di più ascoltare le persone, conoscere le loro storie e condividere del tempo insieme.
Quando sono tornato in Italia, già all’arrivo a Milano, ho sentito nuovamente il peso dei pensieri, degli impegni e della solita routine.
Questo mi ha fatto riflettere.
Sappiamo che in tanti Paesi africani le persone affrontano difficoltà materiali enormi. Ma forse anche noi, pur avendo molto di più, abbiamo perso qualcosa. Siamo talmente presi dal lavoro, dalla fretta e dalle preoccupazioni che a volte dimentichiamo di goderci quello che abbiamo e di dedicare tempo agli altri.
Non voglio idealizzare la vita in Ruanda, perché le difficoltà che ho conosciuto sono reali. Ma credo che anche noi abbiamo qualcosa da imparare dalle persone che abbiamo incontrato.
E ora mi chiedo: cosa rimarrà davvero di questo viaggio?
Come mi è già capitato dopo altre esperienze, si torna a casa pieni di entusiasmo, con la voglia di cambiare qualcosa e di mettersi in gioco. Poi riprendono gli impegni, il lavoro e le preoccupazioni, e si rischia di dimenticare quello che si è vissuto.
Durante questi giorni, ascoltando le storie delle suore e delle persone che cercano di aiutare, ho sentito più volte il desiderio di fare qualcosa di concreto.
Quando conosci personalmente queste persone, ascolti le loro difficoltà e vedi quello che riescono a fare con così poche risorse, ti viene spontaneo volerle aiutare.
Non penso che possiamo risolvere tutti i problemi, ma credo che possiamo contribuire a creare qualche opportunità in più.
Penso soprattutto ai bambini della scuola Rosa Mystica, alla pazienza degli insegnanti e alle suore che ogni giorno dedicano la loro vita agli altri.
Perché alla fine credo che non servano necessariamente grandi gesti per fare qualcosa di buono. A volte basta fermarsi, ascoltare e scegliere di condividere un po’ di quello che abbiamo.
Fabio Ghidotti

Ruanda
Progetto “Autismo, disabilità e terapia della dolcezza”
