Nel carcere, un seme di speranza

Immaginiamo un ambiente panottico, dove ogni movimento o sussurro è subito recepito da chi ti sta accanto. Un mondo delimitato da quattro mura per 24 ore al giorno, da luci artificiali, metal detector e da guardie che controllano che la sbarra dietro di te sia chiusa prima di aprirti quella che ti trovi davanti.

Questo è il carcere.

Non voglio cadere in facili moralismi, perché quasi tutte le persone che ho incontrato le volte che vi sono entrato sono dentro per mafia, omicidi, furti, spaccio, violenza in famiglia e altri reati. Tutte persone che devono scontare il loro debito di mesi o anni verso una società che hanno ferito.

Eppure, proprio qui Gesù mi ha portato e proprio qui Gesù vuole entrare.

In 6 membri di Via Pacis abbiamo proposto un percorso di speranza, ad adesione volontaria, da vivere nell’arco di 3 incontri, nel carcere di Rovigo.

Con nostro grande stupore si sono iscritte 23 persone dell’alta sicurezza (incriminate per reati gravi come associazione mafiosa o omicidio) e 15 della media sicurezza (condannati per reati come spaccio o violenza in famiglia).

Il percorso è stato organizzato per far vivere ai partecipanti un viaggio introspettivo che li portasse, con la propria mente e il proprio cuore, dai luoghi della disperazione ai luoghi della speranza.

Questi luoghi della disperazione o della speranza, dove ognuno poteva riflettere per valutare dove fosse più fragile o più robusto, sono: la solitudine, i pensieri, la gestione delle emozioni e le relazioni.

Per ognuno di questi 4 luoghi, noi volontari abbiamo parlato della nostra esperienza personale in Via Pacis e di come Dio, attraverso di essa, ci abbia mostrato la direzione da seguire.

Nella solitudine abbiamo testimoniato che non siamo soli, ma che c’è un Dio che ci sta vicino nonostante il nostro peccato e i nostri errori; anzi, che proprio grazie a questo buio Lui si avvicina ancora di più per guarirci e insegnarci che ci sono vie più sublimi.

Nel luogo dei pensieri, invece, abbiamo mostrato quanto sia più gioioso e vantaggioso cercare di pensare bene e non lasciarsi travolgere dal veleno dei pensieri negativi.

Nella gestione delle emozioni, come sia importante cercare di gestire le maree che dentro di noi condizionano, sia nel bene che nel male, il nostro vivere e il nostro relazionarci.

E infine, ma non per ultimo, il luogo delle relazioni: luogo di croci o di delizie, luogo che, se decidiamo di investire noi stessi, può diventare un giardino irrigato anche dentro un carcere. Gesù stesso ci ha insegnato che c’è più gioia nel dare che nel ricevere.

Ultimato questo percorso, io stesso mi sono reso conto di quanto abbia ricevuto da questi fratelli feriti, che non sono più cattivi di me, ma molto più sfortunati. Sono stato anche molto sorpreso di quanto ci abbiano ringraziato per aver dedicato loro il nostro tempo; la loro gratitudine è stata una conferma che tutto quello che si dona diventa prezioso.

Quello che mi stupisce maggiormente è come due volontari Via Pacis, una coppia di sposi, abbiano sentito così forte la chiamata di Dio a varcare le porte dell’inferno per farsi vicini, nelle periferie esistenziali, ai più feriti e ai reietti. È affascinante vedere il loro modo di comunicare, abbracciare e incoraggiare questi fratelli che hanno compiuto certamente cose indicibili, ma che Dio non ha scartato, perché in loro trova ancora semi di speranza e possibilità di una vita nuova.

Ho avuto un’ulteriore conferma che lì siamo chiamati a vivere e a lavorare per portare la Buona Novella, per portare la via pacis -via della pace – laddove ci sono disperazione, povertà e buio.

Proprio lì troveremo Dio.

Samuele Cavedon

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