Lettere come abbracci

Qualche volta è difficile.

Poi penso che anche in questa situazione di crisi io sono sempre tra i fortunati del pianeta, tra quelli nati dalla parte giusta del mondo. E allora ringrazio.

Non è facile. Ma quattro mura in cui stare rinchiusa le ho, a differenza di tante altre persone là fuori. E soprattutto le persone a cui voglio bene non stanno male.

In questo momento penso a tutte le persone che stanno come Maria sotto la croce: ferme a guardare qualcuno che muore. Non voglio nemmeno immaginare un dolore così. Non voglio nemmeno pensare a come deve essere sentirsi impotente mentre qualcuno che ami sta intubato e non sai se e quando lo rivedrai. Non voglio pensare a cosa vuol dire non poter fare un funerale. Non avere nessuno fisicamente vicino in un momento di dolore.

In questi giorni pensavo a tutte queste cose, al dolore, alla frustrazione, alla gratitudine immensa di vivere in un contesto protetto per quanto possibile. Pensavo alle distanze e al fatto che tutto questo ci sta insegnando realmente cosa vuol dire stare lontani.

Mentre ci pensavo, mi è venuto in mente un romanzo di Jane Austen. Ambientato a fine ’700 e inizio ‘800. A quell’epoca per restare in contatto si usavano le lettere. A quell’epoca la distanza era molto più insostenibile di adesso. E mentre ci pensavo, mi sono resa conto che le lettere potrebbero essere una chiave di conversione per questo tempo difficile.

È un tempo d’attesa, un’attesa dolorosa, tanto vale convertirla in un’attesa piacevole. L’attesa trepidante di quando si aspetta un pacco. Nel 2021 nessuno scrive lettere. Le lettere sono l’arte dell’attesa in un secolo di corsa. E così mi è venuto questo pallino.

Le lettere chiedono tempo, tempo per fermarsi, tempo per scrivere, tempo per leggere, tempo per esprimersi. Richiedono tempo per arrivare. E tu rimani in viaggio con la tua lettera. È un viaggio del cuore. È un’attesa piacevole perché sai che prima o poi ti arriverà quell’affetto su carta.

Non è immediato. Per questo mi piace. Perché stiamo vivendo l’attesa, il dubbio, l’incertezza. Voglio che la mia attesa si componga di tante piccole attese piacevoli. Voglio prendermi il tempo di comunicare. Un tempo pulito in cui stare in contatto con le persone a cui voglio bene. Perché la carta è un contatto fisico.

Adesso che dobbiamo stare distanti, mi piace pensare alle lettere come abbracci. Sicuramente sono meno virtuali di un messaggio. È qualcosa che puoi stringere tra le mani, di cui puoi respirare il profumo. È qualcosa che è stato realmente tra le mani di qualcuno a cui voglio bene. Qualcosa che ho atteso come attendo di «tornare alla normalità». Qualcosa che è arrivato.

E solo per questo mi sento più fiduciosa: se arrivano le lettere, arriverà anche la libertà.

Dalla Rivista Sulla Via della Pace n.62, articolo di Daphne Squarzoni
Studentessa in Studi storici e filologico-letterari
Rubrica Check point

 

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