Il silenzio del padre (Lc 15,11-32)

La parabola del “Padre misericordioso”, una delle pagine più sconvolgenti del Vangelo, contiene una parte, importante, di silenzio. Quando il figlio minore, «raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano», su di lui si concentra l’attenzione, con il racconto delle sue avventure e disavventure, fino a che «ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! 18Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; 19non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. 20Si alzò e tornò da suo padre». Non sappiamo quanto tempo sia trascorso. Mesi? Anni? Del padre non si dice nulla, in questo tempo sospeso. Come saranno state le sue notti? Quante volte avrà scrutato l’orizzonte, sperando di intravedere il passo familiare del figlio perduto? La parabola non dice nulla al riguardo. Silenzio.

Qualche tempo fa parlavo con un padre, angosciato per la situazione del figlio che si trova nella situazione definita NEET: giovani che non lavorano e non studiano, incapaci di immaginare il proprio futuro, ripiegati nell’apatia. Oltre ad attivare tutte le risorse di aiuto che vengono offerte, si chiedeva come vivere questo tempo intermedio, in cui la relazione col figlio, amatissimo e di cui era particolarmente orgoglioso, si sta sfilacciando e ingarbugliando in un groviglio di delusione, paura, sensi di colpa, speranza… La figura del Padre misericordioso lo sta provocando e interrogando, ma su quanto lui vive ora non dice nulla.

E se fosse proprio questo silenzio il suggerimento più adeguato? Lasciare che questo silenzio, questa dolorosa distanza, faccia emergere un amore che va oltre?

Una cosa è certa: il cuore del padre nella parabola non si è inaridito nella delusione e nel risentimento, altrimenti non avrebbe reagito così al ritorno del figlio: «Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò».

Coltivando la speranza, il ritorno è possibile. Ancora si udranno la musica e le danze, «perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».

 

M. L. Toller
La Parola che germoglia e fruttifica
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