Il seme, fecondità e promessa

Parabola significa, in parole povere, gettare un significato ovvio “più lontano”. In questo tempo sono preso da quella del seminatore, soprattutto per un commento di Gesù posto alla fine di essa.

Marco 4,1Cominciò di nuovo a insegnare. (…) 2Insegnava loro molte cose con parabole e diceva loro nel suo insegnamento: 3“Ascoltate. Ecco, il seminatore uscì a seminare. 4Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. 5Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; e subito germogliò perché il terreno non era profondo, 6ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. 7Un’altra parte cadde tra i rovi, e i rovi crebbero, la soffocarono e non diede frutto. 8Altre parti caddero sul terreno buono e diedero frutto: spuntarono, crebbero e resero il trenta, il sessanta, il cento per uno”. 9E diceva: “Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti!”. 10Quando poi furono da soli, quelli che erano intorno a lui insieme ai Dodici lo interrogavano sulle parabole. (…) 13E disse loro: “Se non capite questa parabola, come potrete comprendere tutte le parabole?

Perché non capiamo? Perché non vediamo al di là del nostro naso; nella parabola cerchiamo delle regole, dei precetti, degli insegnamenti … mentre invece essa ci spinge verso uno spostamento di prospettiva, un cambiamento di sguardo, una conversione. Questa parabola – dice Gesù – è la porta d’entrata per passare da una visuale ordinaria ad una imprevista: la “buona notizia”, che ci sembra nascosta, ma solo perché siamo distratti, e così non vediamo. Non vediamo che il Regno di Dio è già qui, è già in mezzo a noi (cf. Lc 17,21). Questa parabola è il metodo di Gesù per aiutarci a vedere l’essenziale! È come un “gate” che chiede massima attenzione perché: SE NON CAPITE QUESTA, NON CAPIRETE NULLA!

Mi sembra che il nucleo “esplosivo” di questa parabola sia questo: la vita che viviamo è quella del seme, non quella della candela che va esaurendosi. Il seme è vita, crescita, cambiamento e promessa. Noi leggiamo questa parabola come se descrivesse un evento unico, ma quel “uscì a seminare” è un continuare a seminare, tutti i giorni in ciascuno di noi. Ogni giorno ci vengono consegnati dei semi, ogni giorno è un seme-segno del Regno di Dio presente, da riconoscere e custodire. Il nostro servizio è quello di collaborare con il Signore per fare nostro questo tipo di vista, che permette di vedere che in ogni stagione della vita c’è vita, c’è seme; anche nella malattia, nella vecchiaia, nel limite, nella fatica, nella contraddizione.

Il seme parla di fecondità. Questa è la missione di tutti e in ogni stagione: essere fecondi, fare della nostra vita, con il materiale che abbiamo, altra vita; costruire qualcosa di bello con quanto ci è dato di avere, anche quando si ha poco. Allora siamo terra buona, che produce il 100, il 60, il 30 (non importa fare 100!).

Il seminatore esce ogni giorno per gettare semi. Ogni giorno riceviamo semi/opportunità. Purtroppo – avverte Gesù – possiamo non vederli, oppure vederli e non accoglierli veramente (i luoghi sassosi: entusiasmarsi subito ma non curare le piccole radici), oppure soffocarli (le spine, le preoccupazioni che invadono tutto il campo visivo. Ma soprattutto la paura). Noi non siamo solo un terreno: siamo tutti questi “terreni”. E quindi, siamo anche terra buona, che accoglie e genera. Scommettiamo su questo!

 

Tiziano Civettini

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