Conoscere se stessi per vivere nello Spirito

La vita secondo lo Spirito è possibile solo se ci conosciamo sufficientemente (solo Dio ci conosce fino in fondo). Ogni giorno siamo esposti a emozioni, tentazioni, gioie, tristezze, slanci, arrabbiature, ecc.: ci passano nel cuore e noi non ce ne accorgiamo, non ci prestiamo attenzione. Il “cuore” – diceva Papa Francesco -ha come delle password di protezione, ma le nostre password sono facilmente superate, se non esercitiamo la vigilanza.

Se non ci conosciamo abbastanza, non riusciamo a riconoscere la voce dello Spirito. Allora ci accontentiamo di “fare delle cose religiose”, quasi per dirgli: guarda, siamo abbastanza bravi, no?

Se non ci conosciamo abbastanza, non riusciamo ad ascoltare lo Spirito: udiamo, ma non ascoltiamo; guardiamo, ma non vediamo.

Immersi in un flusso continuo di distrazioni, abbiamo bisogno di TEMPO buono (un tempo opportuno, non cronologico) che permetta di essere in atteggiamento di ATTENZIONE. Questo secondo le nostre possibilità, che sono diverse per ognuno: è una buona battaglia!

È difficile poter fare questo durante le giornate, comunque abbastanza caotiche. Ma la sera, è un tempo propizio per farlo. La Chiesa ci offre la COMPIETA: una occasione per raccogliere in mano la giornata e guardarla con gli stessi occhi del “Padre nostro” …

Un semplice esercizio di conoscenza di noi stessi, ce l’ha donato Papa FRANCESCO (Sul discernimento, EDB, Bologna 2023):

è importante conoscersi, conoscere le password del nostro cuore, ciò a cui siamo più sensibili, per proteggerci da chi si presenta con parole suadenti per manipolarci, ma anche per riconoscere ciò che è davvero importante per noi, distinguendolo dalle mode del momento e dagli slogan appariscenti e superficiali, che ci toccano il cuore, ma ci fanno andare da quella parte senza libertà. (…) Un aiuto è l’esame di coscienza, ma non parlo dell’esame di coscienza che tutti facciamo quando andiamo alla confessione: ho fatto questi e questi peccati… no, parlo dell’esame di coscienza alla fine di una giornata, non possiamo accettare che il nostro cuore sia un’autostrada su cui passa di tutto…

Proviamo a vivere l’ultima parte della nostra giornata come un piccolo ritiro spirituale quotidiano e un semplice esercizio di conoscenza di noi stessi, prima di Compieta. Le domande da farci sono queste:

  • Cosa è successo nel mio cuore in questa giornata?
  • Quali tracce hanno lasciato nel mio cuore le molte cose accadute?
  • Quali scelte ho fatto oggi? E perché le ho fatte?
  • Cosa mi ha fatto diventare triste?
  • Cosa mi ha fatto diventare gioioso?
  • Oggi, ho visto un segno del Regno di Dio presente? Quale?

Fermarsi, prima di dormire, e farsi queste domande consente di crescere nella conoscenza di noi stessi nella verità e nella libertà. E allora, posso udire il soffio dello Spirito che mi ha accompagnato tutta la giornata. Mi permette di vedere il bello e il brutto: le chiusure, le omissioni, le meschinità … e consegnare tutto serenamente a Colui che veglia sul mio cammino.

Conoscere noi stessi ci permette di vivere meglio anche i sacramenti, superando l’abitudine e il ritualismo, e collegandoli alla vita, perché il sacramento – rendiamocene conto- è già “la vita del mondo che verrà”.

Allora, diciamo a noi stessi che l’Eucaristia non è solo “mangiare Gesù”. La Confessione non è solo dire i peccati al prete. Il Battesimo non è un rito di benedizione per bambini e una festa con i parenti.

La Confessione lungo i secoli è stata condensata e confinata, nella penombra di un luogo riservato, dove è possibile dire a un sacerdote i nostri peccati. Ma si riduce solo a quel momento? La confessione ci regala un’esperienza di salvezza e di eternità, è un rinascere, un risanare le radici della nostra vita, e questo è un’opera, è un dono dello Spirito Santo… ma la vita fuori ne risente?

L’Eucarestia. San Paolo rimproverava quei cristiani che celebravano l’Eucarestia in mezzo a gravi divisioni tra loro. È il dramma il considerare l’Eucaristia un rito o un dovere, perché è come mettere uno schermo sugli occhi! Ecco perché Giovanni preferisce ricordare la lavanda dei piedi come Eucaristia; è un modo per dire alle comunità cristiane che è fuorviante celebrare la messa se questa non porta a chinarci sugli altri e a diventare noi stessi Eucaristia (cioè, dono da donare con gratitudine).

E il Battesimo? il segno del battesimo esprimeva il desiderio di effettuare un cambio di traiettoria. I primi cristiani si immergevano consapevolmente nel fonte battesimale; abbandonavano una vita solo biologica destinata alla morte, e rinascevano abbracciandone una eterna, quella di Cristo. Scendevano alcuni gradini per “annegare” nell’acqua, per poi uscire dalla parte opposta della vasca, incamminandosi in una vita nuova. Il simbolo era perfetto: si entrava in una sorta di tomba, dove però non avveniva una morte, ma l’unione con Cristo e con il suo mistero Pasquale. Mediante l’azione invisibile dello Spirito Santo la tomba si trasformava così in un grembo da cui si usciva non prima di aver ricevuto il dono di una nuova esistenza, lasciandosi definitivamente alle spalle il mistero della morte. Nessun cambiamento magico, però. Lo Spirito Santo, lo stesso che aveva abitato il corpo di Cristo, si posa su uomini e donne illuminati dalla parola del Vangelo, facendoli diventare nuove creature libere e felici, purificate e infiammate dall’amore. Vuoi vivere il tuo Battesimo?

 

di Tiziano Civettini

Previous Post
Alleanza – Vera esperienza di Chiesa
Next Post
Il carisma come poliedro